Litanie: noiose? Scopriamole! Santa Maria, Madre di Dio...

del 11 maggio 2018

Prega per noi, tu che sei Madre del volto e del cuore di cui Dio aveva bisogno. Possiamo ancora afferrare il senso di Madre di Dio in modo profondo ed insieme efficace?

 

Uno degli attributi più importanti di Maria, e così usato da sbiadire il suo significato, è Madre di Dio. Siamo distanti secoli e secoli da quel 431 quando al Concilio di Efeso si discusse proprio sul titolo più giusto da attribuire alla Madonna: ci risulta difficile immedesimarci appieno in quel dibattito e comprendere quanto fu decisivo che il termine Theotokos (“Colei che ha dato la vita a Dio”) prevalesse su Christotokos (“Colei che ha dato la vita a Cristo”).

Giudichiamo pedanti quelli che si mettono a fare i puntigliosi sulle parole. Alcuni forse lo sono, altri no. Le parole sono il matrimonio tra pensiero e realtà: sono il nostro modo di abbracciare e svelare il senso delle cose. Banalmente, se diciamo a una ragazza che è “simpatica”, non è così strano che lei si offenda: sa bene che quella parola è un non-complimento per evitare di dire che non è così bella, così attraente, così unica. Dunque anche a noi appartiene la sensibilità di capire che le sfumature di significato fanno tanta differenza, quando si tratta di dare un nome a faccende affettivamente importanti.

Possiamo ancora afferrare il senso di Madre di Dio in modo profondo ed insieme efficace, proprio come ci accade con parole che usiamo nel linguaggio comune? Ci aiuta una riflessione del Gesuita e mariologo Jean Galot:

Certamente Maria non è la madre della divinità; ciò sarebbe infatti impensabile. […] Fisicamente ella non ha generato che il corpo umano di Gesù; ma è madre di tutta la persona di suo figlio, perché la maternità pone una relazione da persona a persona. Facendo di Maria la Madre del verbo, Dio voleva che una creatura umana potesse donare veramente qualcosa a Dio, potesse donargli anche ciò che lo toccava più intimamente. Maria ha dato al Verbo una vita umana e un cuore umano; fu lei che ebbe la responsabilità di formare il volto umano di Cristo, di determinarne i tratti fisici e di svilupparne la costituzione psicologica. (Da Il cuore di Maria, Vita e pensiero, Milano 1955)

Effettivamente, di cosa mai poteva aver bisogno Dio? Cosa aveva di così importante da chiedere in dono a una giovane vergine di nome Maria? Tutta l’unicità di un volto. L’incarnazione è anche questo delegare all’umano l’aspetto fisico e psicologico della persona di Cristo. Gesù assomigliava proprio a Maria, perché lei era sua Madre. Come i nostri figli ci assomigliano, almeno un po’.

Guardando i neonati, noi giochiamo a scommettere su ogni parte del corpo: il mento è del papà, la fronte del nonno, gli occhi indubitabilmente della mamma. Facciamo questo gioco perché è così entusiasmante trovarsi di fronte a un volto. Nuovo, eppure non del tutto nuovo. Ogni viso è una memoria che si rinnova, un passato che si trasforma. Apparteniamo a una famiglia eppure ciascuno è se stesso; assomigliamo, eppure siamo unici. Anche Dio ha voluto partecipare di questo legame di somiglianza con l’umano, e non poteva farlo se non passando dalla Madre.

Quanti artisti hanno dipinto o scolpito Gesù facendo un autoritratto a se stessi, e non è blasfemo. Credo sia una domanda di parentela: davvero tu, Dio, sei della mia famiglia? Il tuo volto divino incarnato aveva qualcosa di me che sono solo un uomo?

Siamo fatti a Sua immagine e somiglianza, dice la Bibbia. E Lui ha voluto essere fatto a immagine di Lei. La Madonna è garante dello splendore del nostro volto. Abbiamo ancora bisogno che questo messaggio sia gridato forte e chiaro. Quanti problemi sorgevano al protagonista di Uno, nessuno e centomila, accorgendosi – un bel giorno – che il suo naso pendeva in modo particolare. Non se n’era mai accorto. Avrebbe dovuto esultare e invece si dispera, si perde, non si riconosce più.

Dovrebbe esultare, sì. Perché l’unicità di una faccia è proprio una chiamata, la certezza che ogni storia è diversa e perciò necessaria. Il mondo non ha bisogno di uomini, ma di te. E dunque viene da chiedersi se tutta questa corsa alla chirurgia estetica sia, sul serio, desiderio di bellezza. Lo sanno tutti, lo vedono tutti che i volti rifatti sono uguali, come bambole prodotte in serie. Non è forse una fuga? Non è forse una malcelata paura di appartenere a qualcosa di concreto, specifico, particolare? Questi volti di plastica sono anime che si nascondono, sfuggono al talento che è scritto in ogni centimetro di pelle. Siamo stati plasmati con un senso, nessun errore di progettazione dietro.

Accettare un naso che pende, una ruga in mezzo alla fronte, le orecchie a sventola, le guance asimmetriche è sbagliato, bisogna gioirne. Come fu pieno di gioia e stupore Dio, quando scoprì il suo volto nel momento in cui Maria lo diede alla luce. Era una novità anche per Lui, che era l’Onnipotente.

Tanti grandi pittori si sono confrontati col volto di Maria, disegnando il quale avranno anche meditato su questo mistero per cui una piccola ragazza di Nazareth ebbe qualcosa da regalare a Dio, un taglio degli occhi, un incarnato della pelle, la forma della labbra.

 

Annalisa Teggi

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