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U come uomo, U come umiltà

del 28 dicembre 2018

Cos’altro è l’uomo se non una miscela potente di spirito e terra? Egli nasce dall’alito di vita di Dio, ma per riconoscere la verità sulla sua stessa natura deve saper essere come Maria, l’umile per eccellenza...

 

La parola uomo deriva dalla radice sanscrita bhu- che poi si trasformò in hu- diventando l’etimo del latino humus, terra. È curioso che anche il nome ebraico del primo uomo possa avere analoga origine: Adam da ‘adamah, terra: ma si tratta probabilmente di una falsa etimologia ispirata dall’affinità dei suoni. Resta il fatto, potente e suggestivo, che nella Genesi, Dio plasma l’uomo proprio dalla terra per animarlo immediatamente con il suo soffio vitale. Si toccano così i due estremi della nostra condizione: siamo tanto nobili da condividere con Dio il suo alito di vita e da essere creati addirittura a sua immagine e somiglianza, ma nello stesso tempo siamo composti di materia vile. Da qui il paradosso cristiano che ci invita ad aspirare alle cose di Lassù e insieme a essere umili come l’humus da cui proveniamo, considerando un nulla il nostro Io: questa minuscola insidiosa parola da cui comincia ogni superbia. E la superbia viene dal Maligno, il nemico dichiarato dell’uomo.

Umile per eccellenza è invece Maria quando dice il suo sì all’Angelo dell’Annunciazione, dicendo di sì in questo modo anche alla pienezza della “propria umanità femminile”, come ha potentemente intuito san Giovanni Paolo II, tanto che nella Vergine il massimo dell’umiltà coincide con il massimo della gloria concessa a un essere umano. E proprio da quel momento, maturato in una casetta di Nazaret, prende avvio una storia vertiginosa di splendore e passione che porterà la salvezza al mondo intero.

Ma, pur nella consapevolezza di questo sbalordente progetto, rimane la nostalgia di quei giorni in cui il Signore bambino è stato con noi, ha camminato con noi, ha giocato con noi. Sarebbe stato bello vivere la normalità quotidiana del Salvatore, senza misticismi troppo eterei e intempestivi. Forse è proprio questa nostalgia che spiega, se non il successo, almeno il fascino del presepe che ritorna ogni anno con il suo buon aroma di paglia, biada e latte. Un fascino e un aroma umili, dunque molto umani. Con grande sapienza sant’Ignazio di Loyola invita nei suoi Esercizi spirituali ad “applicare i sensi” ai grandi racconti scritturali, a partire proprio dalla Natività, cercando di vedere con l’immaginazione oggetti e personaggi (la mangiatoia, i pastori, naturalmente Maria con Giuseppe e il Bambino), ascoltando i suoni e le parole, annusando gli odori, persino accarezzando – con il tatto – i luoghi (la sabbia del deserto, i sassi, le ispide vesti, gli animali e anche quel cielo reso così liquido dallo splendore della Cometa). Ecco un bel modo di superare la nostalgia di non aver potuto essere contemporanei di Gesù, trasformandola in giocosa preghiera. Certo, sappiamo bene di essere comunque contemporanei di Cristo attraverso l’Eucarestia (non spirito ma il corpo e il sangue di Cristo!); noi uomini abbiamo però bisogno di essere sollecitati dai sensi, fraterni alleati dello spirito.

La strada dell’umiltà è indispensabile per ogni ascesi che permetta all’uomo di diventare veramente uomo. Proprio perciò egli deve farsi humus, dimenticare se stesso per conquistare se stesso, in quel sentimento di assoluta povertà da cui gli viene la vera pace del cuore. Scriveva in una lauda il francescano Jacopone da Todi che “Povertate è nulla avere / e nulla cosa poi volere; / ed omne cosa possedere / en spirito de libertate”. Vale a dire che la vera libertà è quella dal desiderio mondano: per questo se non possiedi nulla, possiedi in realtà tutto (onne cosa) e vivi la vita libero dai falsi bisogni. Parole vecchie di quasi ottocento anni, ma che sembrano scritte per noi uomini di oggi, travolti e stravolti dalla furia compulsiva del consumismo, agitata dai media e in particolare dal web.

Non per caso nella Divina Commedia Dante, superati gli orrori dell’Inferno e prima di percorrere la collina del Purgatorio, è invitato da Catone a cingersi di un “giunco schietto” (simbolo dell’umiltà) per comprimere ogni vana superbia e procedere vittorioso nel suo cammino di purificazione. Solo allora potrà essere pienamente uomo, pronto per salire – attraverso la mediazione di Beatrice – in Paradiso.

Se l’umiltà è spesso contrassegno di un vero umanesimo, non possiamo però nasconderci che talvolta ci sia stata qualche esagerazione. Troppe volte essa è stata infatti intesa in una prospettiva mesta e rinunciataria, di fuga dalle responsabilità, dalle legittime (talora doverose) ambizioni e dai legittimi godimenti. Ma se l’humus deve realizzare l’homo, è necessario che esso susciti a una vita tenace e gagliarda, animata da una francescana letizia e con lo sguardo rivolto in su. Non per nulla il motto del grande Carlo Borromeo – un santo che pure era disposto a penitenze addirittura proverbiali – era “Humilitas alta petit”, l’umiltà tende in alto (ai carismi di cui parla san Paolo). Occorre dunque sentirsi certamente delle nullità ma con la fierezza di chi sa di essere chiamato a cose grandi per amore di Dio e del prossimo.

È così che – come Dante nella Commedia – si diventa uomini. Dalla parte opposta c’è l’atteggiamento di chi, ispirato magari senza saperlo (e senza la sua grandezza intellettuale) dal filosofo tedesco Friedrich Nietzsche, segue la strada opposta, che porta dall’uomo al superuomo: affrancato da ogni morale, animato dalla volontà di potenza, trionfatore in un mondo di deboli e schiavi. Certo oggi sembra prevalere proprio questo nuovo modello, in cui non vi è altro dio all’infuori di se stessi: è il modello di un uomo proteso a consumare prodotti ed esperienze, abituato a “vedere” più che a pensare, a cercare non le cose alte di cui diceva il Borromeo ma le cose che possano realizzare ogni desiderio materiale, creandone anzi sempre di nuovi.

Un modello vincente, non c’è dubbio. Ma guardiamoci intorno: di questi campioni in giro se ne trovano parecchi, eppure chi di loro – con quello sguardo rasoterra – può dirsi veramente lieto e compiuto? Chi di loro, passeggiando per le nostre strade, sa ancora intonare un motivetto allegro, o magari fischiettare?

Risposta scontata. Ma chi non canta più, o mai ha imparato a farlo, perde molto della vita. E l’humus di cui è fatto si dimentica che una volta dentro di sé soffiava lo spirito di Dio. Al tempo in cui gli occhi di quell’uomo avevano imparato a guardare in alto, verso il cielo e le stelle.

 

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